La collezione Guido Riselli

Il corpo della musica

di Mariella e Giovanni Rossi

Per Guido Riselli, che ha dato avvio all’omonima Collezione di strumenti musicali antichi, italiani ed europei tra secondo Ottocento e primo Novecento, che oggi supera i 300 elementi ed è focalizzata soprattutto sugli strumenti a corde pizzicate e in particolare su mandolini e chitarre, è una questione di rapporto fisico con la musica. Non si tratta solo di raccogliere oggetti per soddisfare il senso della vista, ma di “metterci le mani”. Questa estesa Collezione, nata solo pochi anni fa nel 2015, si distingue per l’impegno profuso dal collezionista Riselli fin dall’inizio anche nel restauro e nel recupero all’uso, che esegue in prima persona con mirabile maestria, sapendo incredibilmente “ridare vita e voce” a strumenti spesso abbandonati e dimenticati. Esponendoli e presentandoli al pubblico ora in ragionate selezioni permette di immergersi in un pezzo di storia della musica, nelle maggiori fasi di evoluzione e nei luoghi che hanno rappresentato vere e proprie culle per lo sviluppo della liuteria, quella grande arte di progettare, costruire, decorare racchiusa in maniera mirabile negli esemplari di mandolini antichi, scrigni preziosi di una bellezza e di un saper fare del passato che rischiamo di perdere. La voglia di “stare vicino” agli strumenti trasmessa da questo collezionista con limpida e profonda spontaneità è contagiosa e non vorremmo più staccarci dagli splendidi oggetti esposti.

Una Collezione che racconta Tante Storie

Riselli svela di aver cominciato per una sfida. Ha scommesso di riuscire a riportare un mandolino ormai distrutto tra le mani di un suo amico. Nessuno ci credeva, ma, dopo tante notti passate su quello strumento, incredibilmente ha ripreso a suonare. Scoprire questo talento di infondere nuovamente l’alito vitale della musica ha immesso in Guido Riselli un’ebrezza più estinta, «da quel momento non mi sono più fermato, confessa, e spesso sono gli strumenti a “venire da me”». In un mercatino in Calabria ricorda di avere individuato un mobile vecchio a cassettoni, costava pochissimo e lo voleva acquistare per recuperare pezzi di legno antico, utili per riparare gli strumenti. Uno dei cassetti non voleva aprirsi, con un colpo tutto d’un tratto si è sbloccato e, al suo interno, era riposta una chitarra, da chissà quanto, dimenticata. Riselli si stupì e il proprietario del negozio rimase incredulo, aveva in mente la casa vecchia del paese dalla quale arrivava il mobile e ricordava anche la donna che vi abitava, zitella, non sapeva suonare. «Guardandola nel dettaglio la scoprii di fattura tedesca e immediatamente l’antiquario ricordò il racconto degli anziani del passaggio dei soldati della Wermacht in paese durante la Seconda Guerra Mondiale», in Calabria i soldati tedeschi tentarono un’improbabile difesa del continente prima di ritirarsi verso nord e probabilmente proprio in quella fase un giovane militare lasciò quello strumento alla donna dicendo, con ancora un briciolo di illusione negli occhi, «La tenga e verrò a riprenderlo quando la guerra sarà finita». Era una chitarra che aveva potuto strappare qualche istante di felicità a quelle giornate di guerra, di terrore e dolore, «È incredibile quel che può fare la musica» è convinto Riselli, che, senza soluzione di continuità, ci fa apparire davanti agli occhi un’altra scena, dei giorni nostri.

«Conobbi per caso una signora a Vigevano. Ero in Piazza Ducale, ai tavoli di un bar non c’era posto e mi sedetti a un tavolino dove era già accomodata una signora. Chiesi il permesso e subito iniziammo a conversare, lei mi volle offrire un caffè, ma la mia attenzione era continuamente attirata da un negozio con strumenti musicali in vetrina, tanto che la donna mi chiese cosa continuava a distrarmi. Dovetti confessare la mia passione per il collezionismo e il restauro», a quel punto la signora spiegò a Riselli di possedere un vecchio violino che suonava quando era piccola, ora davvero malmesso. 

 

 Lo aveva già portato da un liutaio chiedendo venisse riparato, ma non aveva trovato nessuno disposto a farlo, anche solo provare sarebbe stato troppo costoso. «Io immediatamente le dissi che sarei stato felice di aiutarla, a patto che venisse a Caserta a portarlo», e Riselli un giorno ebbe una visita, era la signora con il vecchio strumento: «Quando vidi il violino, era in condizioni davvero tragiche, era difficile pensare di poterlo aggiustare e subito mi mangiai la lingua per averla fatta venire fino a lì per una promessa che non sarei riuscito a onorare». Non potendosi rimangiare la parola data, si mise subito al lavoro, la sera stessa lo incollò e mise in pressione e il giorno successivo magicamente riuscì già a finire il lavoro, perfetto: «Non riuscivo più a staccarmi, le mie mani non volevano lasciare quel violino». Quando fece tornare la signora al laboratorio successe la magia: lei imbracciò il suo violino con un entusiasmo incredibile quando lo vide risplendere della luce di un tempo, «Mi accorsi di una disinvoltura nel maneggiarlo non consueta e quando iniziò a suonare fu splendido, non ho mai sentito nulla del genere. A lei scendevano le lacrime, io rimasi inchiodato alla sedia». Appena smise di suonare sbottai «Mi aveva detto che suonava da bambina, invece lei è una professionista. Se lo avessi saputo non mi sarei mai permesso di toccare il suo strumento!», e lei «Ha ragione, suono alla Scala». 

Dalla felicità di aver ritrovato il suo violino decise di usarlo addirittura per un concerto alla Scala.  

Queste sono solo alcune delle storie, al tempo stesso intime e universali, che la Collezione racconta e le grandi soddisfazioni che ogni giorno gli strumenti regalano a Riselli e lo fanno continuare con sempre maggiore entusiasmo. Poi c’è la storia dell’inizio, di quando Guido Riselli era un bambino ed era solito sedersi al pianoforte a muro che veniva conservato in casa da tempo immemorabile e nessuno suonava più: lui ci stava per ore ogni giorno e provava in maniera spontanea, schiacciava un tasto dopo l’altro, instancabile. Un giorno i genitori lo portarono via per fare posto a un mobile. Ora Riselli con la Collezione, ogni volta che entra in contatto con un nuovo strumento, mette in atto e reitera un processo di ricongiungimento con la musica, riparatore di quell’indelebile distacco.

 

Una Collezione che Racconta Un'Evoluzione

Collezionare significa scavare a fondo attraverso infiniti tasselli. Dentro storie private, ma anche dentro l’evoluzione degli strumenti stessi nello scenario della storia della musica. La nascita degli strumenti a corde pizzicate affonda in un passato lontano. L’albero genealogico del mandolino ha nella mandola la madre e nel liuto il nonno. Quest’ultimo diede il nome all’arte di progettare e costruire strumenti musicali, la liuteria. Era considerato perfetto per accompagnare il canto, con capacità di scansione ritmica e pienezza di armonia, senza sopraffare la supremazia della voce. In epoca rinascimentale, dopo la metà del 1400, ha primeggiato tra gli strumenti a corde pizzicate, il suo ingresso in Europa viene fatto risalire all’epoca della dominazione araba in Spagna, il nome originale era alūd, dove al– è l’articolo, ma le sue origini sembrano affondare addirittura nella civiltà egizia. Alcuni egittologi collegano, infatti, un geroglifico al nome di uno strumento riconducibile al liuto e in un papiro conservato al Museo Egizio a Torino un’allegorica processione di animali raffigura un coccodrillo col liuto. Queste sono considerate alcune delle numerose testimonianze dell’esistenza, già migliaia d’anni prima di Cristo, di strumenti a corda con manico, progenitori del liuto. Della famiglia dei liuti era la tiorba, con due manici, mentre in epoca classica due bracci congiunti in alto da un’assicella si levavano dalla cassa armonica della cetra, in greco chiamata κιθάρα, kithára.

Correndo lungo la linea del tempo verso di noi, dopo il liuto abbiamo la mandola, che differiva dal primo soprattutto per peso e dimensioni minori, affinati ancora di più nel mandolino, diverso per esiguità del manico.

Come derivazione della mandola, il mandolino nacque in Italia nel 18° secolo e, se l’arte del liuto fu rappresentata da figure isolate di liutai, ossia costruttori, e liutisti, ossia compositori, tra cui troviamo Francesco da Milano (Monza, 1497-Milano, 1543), con il mandolino divenne una questione di scuole. Ci sono il mandolino napoletano, quello romano, quello siciliano, quello lombardo, tutti ampiamente documentati in Collezione. Li distinguono un diverso gusto per le decorazioni e variazioni tecniche. Inoltre ci sono le scuole europee, anche queste presenti in Collezione, che guardarono con curiosità a quanto veniva fatto in Italia e furono favorite dalla presenza di liutai italiani che emigrarono all’estero: principalmente sono quelle di area di lingua tedesca, in Germania e Austria, quelle francesi e quelle portoghesi. Queste ultime si distinguevano per l’adozione della cassa armonica piatta. Altrove invece predominarono strumenti cordofoni analoghi come la balalaica, in area sovietica, e il bouzouki in Grecia. Il loro utilizzo comune nella musica popolare, oltre alle vicinanze tecniche, è considerato il trait d’union. Nella musica colta il mandolino ha fatto illustri comparse: nel “Barbiere di Siviglia” di Paisiello, nel “Don Giovanni” di Mozart, nell’“Otello” di Verdi, inoltre Beethoven compose ben 3 composizioni per mandolino e pianoforte, per citare solo i più grandi. Queste incursioni possono essere considerate un’anticipazione di quanto sarebbe successo in seguito nel Ventesimo secolo, ossia l’idea di commistione e l’impossibilità di relegare un certo tipo di strumento a un ruolo, un ambito, un genere musicale. Il gioco di analogie è alla base anche della stessa Collezione e del suo modo di presentarsi al pubblico, che preferisce le emozioni ai tecnicismi, a uno sguardo rigidamente analitico, cronologico, accademico. 

Una Collezione che Racconta Una Fisicità

Il proposito della Collezione di raccogliere, restaurare e preservare strumenti musicali creati tra Otto e Novecento, di “stare loro vicino” implica di sprofondare nel loro interno. Di affrontare la loro pelle e penetrare nella loro anatomia. Innanzitutto bisogna partire dalla fisica come scienza esatta e premettere che negli strumenti a corde pizzicate, come il mandolino e la chitarra, i suoni musicali sono prodotti applicando un’energia che provoca vibrazione, ma per creare onde sonore udibili è necessario che si muovano e “vadano a sbattere” all’interno di una cassa armonica, responsabile della sonorità e del volume. La cassa armonica nel mandolino è bombata ad arco per renderla più resistente e per conferire un migliore timbro, mentre sul fronte si unisce alla tavola, piatta. Anche quest’ultima è importante ai fini del timbro, ossia delle caratteristiche che il suono assume, anzi, si narra che il noto liutaio spagnolo Antonio Torres Jurado (Almeria, 1917-1892) avesse costruito una chitarra con la cassa in cartapesta e la tavola di legno e la timbrica fosse sorprendente. Come in questo inaspettato esperimento con la cartapesta, anche per imprimere la curvatura e la forma al legno della cassa armonica si usa l’acqua, nella quale si immerge affinché diventi malleabile.

I fattori che influiscono sul suono sono così tanti che ogni chitarra o mandolino dello stesso modello creato a mano dallo stesso liutaioe ha un risultato sonoro che non può essere uguale. I legni scelti sono tra i fattori essenziali, sono i muscoli dello strumento, per continuare la metafora anatomica perché devono avere forza e resistenza, mentre i rinforzi interni sono l’ossatura e le finiture sono la pelle e hanno uno scopo protettivo e decorativo. Le giunte tra tavola e cassa armonica vengono rifinite con filetti decorativi, mentre la rosetta è l’intarsio decorativo intorno alla buca, ossia all’apertura della tavola. Funzione non solo decorativa ha il battipenna, che protegge la tavola dai graffi; il materiale solitamente usato è la tartaruga e può essere intarsiato o inciso.

Tornando alla fisicità del suono, l’energia della vibrazione si trasferisce alla tavola attraverso il ponte, sul quale passano le corde. Il ponte del mandolino è generalmente mobile, tenuto in posizione dalla tensione delle corde che vi passano sopra, fissate alla cassa armonica dalla cordiera e dall’altra alla paletta, dove le meccaniche aumentano o diminuiscono la tensione delle corde.

Musica, fisica, falegnameria, scultura: sono tanti i saperi posti in campo dal porsi a confronto con gli strumenti antichi. Guido Riselli li ha appresi e li continua ad apprendere ogni volta che “sta vicino” a un pezzo nuovo, scelto per entrare a far parte della Collezione. Ogni strumento gli insegna tanto e gli fa provare tanto, come questi oggetti sanno trasmettere a chi ha l’opportunità anche solo di ammirarli. 

Mariella Rossi è storica dell’arte. Scrive per il Giornale dell’Arte e ha scritto per Lapiz, Atribune, Exibart, Tema Celeste, Corriere della Sera.

Giovanni Rossi è liutaio, fondatore di HRG Guitar ®.

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