ON PAPER IX
AMOR(E) LYUBOV
OMNIA VINCIT AMOR (Publio Virgilio Marone)
L’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante, Paradiso canto XXXIII)
La precedente edizione del progetto di ricerca ON PAPER si articolava intorno alla parola
Metamorphosis, il suo significato e la sua presenza all’interno dell’opera d’Arte.
L’opera d’arte, nella sua complessità, contiene il concetto di Metamorphosis come
principio vitale che si muove in continua variazione interna generando dialoghi trasversali.
Indecifrabile, indefinibile nella sua essenza più profonda, l’Arte è sempre presente e
indispensabile; contenitore di memorie ma anche occhio che vede oltre, è mistero e
consapevolezza insieme, apre porte e orizzonti luminosi, è speranza, vita e amore.
Dalla parola METAMORPHOSIS abbiamo estrapolato AMOR(E), parola chiave
dell’esistenza umana e che oggi si mostra in tutta la sua urgenza. Il tempo dell’uomo,
troppo spesso scandito da egoismi e viltà non è il tempo dell’Arte, questa guarda con gli
occhi della meraviglia tutto ciò che ci circonda, intuendo e trovando i significati profondi,
indicando soluzioni là dove sembrano assenti, parlando di libertà e solidarietà e trovando
all’interno della sua complessità concettuale e spirituale, la resistenza alla violenza e
all’aggressione.
L’Arte è territorio di dialogo e di incontro; praticarla non è solo creazione ma è assunzione
di responsabilità, è fatica e impegno costante, è etica che guida nelle scelte e nella
capacità di aprire agli altri.
Pavlo Makov, artista che rappresenta l’Ucraina alla Biennale di Venezia 59 edizione dal
titolo “Il latte dei sogni”, con il suo Paradiso perduto porta lo sguardo su un mondo
sognato, l’Ucraina paese utopico, di cui racconta i sogni non avvenuti e i legami spezzati.
L’opera è la sintesi tra la profondità del pensiero e la sua realizzazione grafica; il
paesaggio è congelato in un ordine geometrico, non trasmette una reale serenità ma invita
a una riflessione continua sull’idea del paradiso perduto che è quasi una predizione (così
come succede agli artisti perché vedono oltre e in profondità nel futuro) che diventa
profezia.
L’idea della perdita però contiene quella della speranza in un tempo in cui sarà possibile
ritrovarsi.
Guardare dentro se stessi, dentro le cose e al di là del buio, cercare la forza e la speranza,
questo è nelle opere di Rosanna Rossi e Gabriella Locci che le artiste realizzarono nel
1993 per il progetto della Galleria Comunale di Cagliari e della struttura Segni&Sogni,
“Firenze, Sarajevo, Solingen”, e che sono documentate dalle fotografie di Daniela Zedda.
1993, a Firenze un attentato compiuto da Cosa Nostra in via dei Georgofili, proprio nelle
vicinanze di quel luogo d’arte che è la Galleria degli Uffizi, provoca la morte di cinque
persone e il ferimento di circa quaranta.
1993, a Solingen alcuni giovani skinhead appiccano fuoco alla casa di una famiglia turca;
nel rogo muoiono cinque persone e altre quattordici rimangono ferite.
1993, a Sarajevo, già sotto assedio da tempo, si registra un drammatico aumento di
bombe sganciate anche su strutture civili – muoiono le persone…la Biblioteca Nazionale
brucia completamente insieme a migliaia di preziosi testi.
Dalla riflessione su queste città colpite dalla violenza, nascono le opere delle due artiste.
Un’energia ribollente e vitale, anima la grande opera di Rosanna Rossi che dichiara
quella potenza che solo l’Arte possiede e che diventa speranza.
Quasi a raccontare un paesaggio continuo, una sequenza di graffi neri percorre la lunga
opera su carta di Gabriella Locci, sottolineando un incalzare ininterrotto e doloroso per
poi guidarci con fermezza verso un orizzonte luminoso dove l’umanità può ritrovarsi.
Francesco Casu con il video Columna florum evoca lo scandire del tempo che apre spazi
di consapevolezza e di meditazione, e diventa un memoriale per i martiri della pace.
Without Women, installazione multimediale dell’artista ucraina Zinaida (attualmente
presente alla Biennale di Venezia), esplora la manipolazione della percezione per creare
una narrazione attorno a temi identitari quali mitologia e folklore. L’artista nel video
documenta il lavoro dei pastori, le abitudini, la vita isolata di questi uomini e il loro ruolo
dominante nella società.
Il filo continuo che lega gli artisti, nella riflessione sul dolore e sulla violenza, è quello
dell’Arte come strumento di indagine attraverso il quale leggere la realtà, la sua capacità di
comprensione e trasformazione, la sua importanza come strumento di denuncia davanti al
vuoto di un futuro incomprensibile ma anche la sua possibilità di formulare l’ipotesi di un
avvenire possibile.
Casa Falconieri
L’immaginazione attiva al servizio del cambiamento
Nelle «Lezioni Americane» del 1988 Italo Calvino include la Visibilità come uno dei valori da preservare e portare nel nuovo millennio, definendolo come un posto «dove ci piove dentro[1]». Egli fa riferimento alla straordinaria capacità intellettiva dell’immaginare, che accompagna da sempre l’uomo nelle opere d’ingegno e, soprattutto (ma è questo un mio pensiero), dell’arte: perché è grazie ad essa che si innesta la capacità di indirizzare lo sguardo oltre. Il potere immaginifico che si sprigiona nell’arte, però, non è mero diletto per lo spettatore, non mira ad assopire lo spirito critico per appagare la sola godibilità dei sensi: il suo scopo principale è (dovrebbe essere) sempre quello disvelare un aspetto del reale; e, anche, del possibile. Non si tratta di contrapporre irrealtà e realtà, ma di lasciarsi sedurre da nuove visioni per comprendere, forse meglio, proprio ciò che è sotto i nostri occhi. La visionarietà diventa, quindi, non una fuga ma quasi un radicamento nel reale che ne sviluppa il senso in modo imprevisto.
L’arte attinge alla vita, perciò l’opera non è quasi mai invenzione fine a sé stessa: riprendendo il testo di Calvino, salvare il valore della visibilità significava portare nel nuovo millennio la fondamentale capacità dell’uomo di «di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini[2]». Una capacità preziosa utile anche a orientarsi; e in questo l’arte è spesso una mappa che aiuta a ri-pensare e ri-trovare nuove direzioni. Le matrici delle incisioni utilizzate da Pavlo Makov nel suo “Paradiso perduto”, annerite con fumo di candela in un processo dal sapore antico, come tessere di un mosaico costruiscono una narrazione che è una riflessione sul passaggio e sul tempo sulle cose, dove la presenza umana è evocata ma non presente. Quali sono gli immaginari dei nostri paradisi? Cosa possiamo fare per disegnarne i profili? Queste opere sono quasi una mappa che invita a scovarli, attingendo al sogno, ma anche alla memoria, quasi come se fosse lo strumento di un archeologo che si trova innanzi alle tracce di un passato il cui fine è ritrovare la propria storia.
Di tempo e memoria si nutre anche la poetica di Gabriella Locci, che utilizza il potere sciamanico dell’arte proprio per indirizzare lo sguardo dello spettatore altrove. Le sue incisioni, costruite in formati dalle grandi dimensioni, si appropriano interamente dello spazio. Lavorare sullo spazio significa lavorare anche sul tempo: ciò che va a strutturarsi nel progetto espositivo di Torre dell’Acqua è una dimensione nuova, altra, che ha una storia nel passato (le opere infatti sono state esposte nella mostra “1992 Firenze Solingen Sarajevo”, Galleria Comunale d’Arte di Cagliari, nel 1993) e di cui le fotografie di Daniela Azzetta ripercorrono le tappe; ma ciò che è ora è diverso da allora ed è diverso da ciò che sarà.
La materia è la stessa, ma muta il suo significato intrinseco come materia che si plasma nel tempo, come accade anche all’opera di Rosanna Rossi: le garze intrise di colore costruiscono un girone dantesco e infernale, nelle cui pieghe sembrano stagliarsi tutti i mali del mondo, pronte a risucchiarci (i due grandi sacchi di juta erano anch’essi parte della mostra “1992 Firenze Solingen Sarajevo”).
Accostare queste opere alla contemporaneità di oggi significa forse prendere atto che tutto resta immutabile nel tempo? Siamo destinati all’”eterno ritorno”, a subire sempre gli stessi destini, rifacendo gli stessi errori, pagando le stesse conseguenze?
Una risposta viene offerta, forse, proprio dal potere dell’immaginazione, da ciò che Italo Calvino riporta ancora come il valore della visibilità: «[…] Ma c’è un’altra definizione in cui mi riconosco pienamente ed è l’immaginazione come repertorio del potenziale e dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà, ma che avrebbe potuto essere[3]» scrive ancora Calvino nel suo testo. L’arte offre una possibilità: non è cronaca, non è racconto, è altro. Le stesse opere create in un momento e in un contesto riescono spesso a innescare nuovi pensieri e riflessioni, offrire nuove domande, e quindi sembrano mutare esse stesse, pur restando sempre uguali. Riescono, cioè, ad offrire nuovi scenari per immaginare il cambiamento: e già questo, spesso, è il primo passo per iniziarne la costruzione.
Nulla è immutabile, anche ciò che sembra ormai irrimediabilmente destinato; e non si tratta di essere utopici, ma di utilizzare l’immaginazione attiva cui fa riferimento Calvino, citando Jung, partecipando alla verità del mondo, cercando di mostrare il possibile nell’impossibile, e renderlo realizzabile. L’arte indica una strada: all’uomo sta il compito di avere il coraggio di percorrerla.
Ed è ciò che invita a fare anche il percorso espositivo di Torre dell’Acqua: affidarsi al potere dell’immaginazione attiva, indurre lo sguardo altrove attraverso il potere della visibilità, per visualizzare interiormente e realizzare con le nostre azioni il cambiamento, avvicinandoci a ciò che immaginiamo essere il nostro ideale, cercarlo, utilizzando l’arte come una mappa che ci indichi il punto di partenza, mai quello di arrivo. Il potere della visibilità calviniana diventa quindi quasi quello della metamorfosi, parola chiave che tiene insieme tutti i cicli espositivi di On paper, compreso questo, il nono; ed è un potere che sprigiona i suoi effetti già quando un’opera riesce a farci riflettere non per trovare delle risposte, ma per aiutarci a porre in noi stessi soprattutto le giuste domande.
Fiorella Fiore
[1] Calvino 1988, p.61; cfr. https://d1wqtxts1xzle7.cloudfront.net/31601057/Italo_Calvino_-_Lezioni_americane-with-cover-page-v2.pdf?Expires=1650446174&Signature=OgJIQTwK7JLLbTDd39Pc5NiPaVf1BdTTJWQ8ty3LSZZ9T9AbOT6cKVhMcxRpXxwyqROtSsTyjhb0JngxmRPvSVoEQqnWZUX1ozK1rtljJrhB4WoLImC8X~Sav9ZpKubnDlhofEC9LbbVMMiVGhmHlFyXnmP8-rCkSVqGDZN4AmsPyfJuvkcw~~ooMo91QJyfTxnYK7KqZwFW7tpoB~xm7EckiTL945D9~xfEvnkIqTyjcauxZkxt2fMse1V6fHJFwIdBSkuoEe7E5CYRaYEqN08Vh-1q2OQZCJ1frkwwN4F4GwSY5Ag3UqIDVHrZPMSe-TTWftufFGD45iw6eASzfA__&Key-Pair-Id=APKAJLOHF5GGSLRBV4ZA
[2] Ibidem, p.69.
[3] Iv
ON PAPER 9
“nessuno nasce odiando i propri simili …
Gli uomini imparano a odiare, possono anche imparare ad amare perché
l’amore per il cuore
umano è più naturale dell’odio”
(Nelson Mandela)
Si rincorrono pensieri ed aspettative alla ricerca di suggestioni che siano
in grado di appagare l’identità indefinita del nostro animo,
che è parte immateriale ma integrante e viscerale del nostro essere e
sentire.
La Torre Museo D’Art in cui incontri l’Arte come ricerca, sviluppo,
laboratorio e didattica, è un filo conduttore che ti concilia
relazionandoti con esperienze che spalancano universi e profondità
creative e progettuali, dinamiche e funzionali.
On paper 9 “Amore”
“Amore’’coniugato in sensazioni che solo il linguaggio dell’arte è in grado di
esprime ed è capace di trasformarsi in emozione e necessità di riflessione.
L’Arte e l’Amore si fondono e diventano un unico elemento che è la
capacità umana di reagire a sfide nuove e difficili che i nostri
tempi ci impongono, spesso destabilizzandoci certo, ma risvegliando in noi
l’energia attiva della Resilienza che si apre alla scoperta del bello.
L’importante recupero parziale degli imponenti lavori di
Gabriella Locci e Rosanna Rossi del progetto del
1993 e l’opera di Pablo Makov “Paradiso perduto”,
ci impongono riflessioni sulla necessità e
sull’urgenza di ritrovare quella parte della nostra
essenza ormai sopraffatta dall’indifferenza e dagli
egoismi.
Dopo trent’anni, siamo ancora di fronte a scenari che
pensavamo ormai appartenenti al passato, ed è sorprendente
ritrovare lo stupore e il grande peso della violenza della guerra
attraverso i lavori ispirati dal profondo pensiero di
Pablo Makov e dalla forza e introspezione di
Gabriella Locci e Rosanna Rossi.
È grande la forza che ricaviamo da questo matrimonio espositivo che
sfiora le corde dei sentimenti attraverso i ricordi e ci
regala l’ottimismo di rinascita e di speranza.
Ancora siamo a ritrovare la forza della parola ”Amore” che
fa da filo conduttore delle emozioni umane.
Francesco Casu Videoartista e regista multimediale,
ha progettato e realizzato numerosi musei e mostre multimediali sempre
con un
taglio di umanizzazione delle tecnologie.
Con la sua ‘’Columna florum’’ una video-colonna di fiori, che vuole essere
un memoriale attivo per i martiri di pace, ci riporta in una dimensione
immersiva e esperienziale che, attraverso la bellezza dei colori dei fiori della
Primavera, ci evidenzia un progetto di contrasto e di distanza dalle brutture
della guerra.
Ci induce a usare tutti i nostri sensi, a meditare contro ogni logica del
tempo e dello spazio e a rievocare ricordi delle forze partigiane che tanto si
spesero per la Pace.
Nel suo lavoro espositivo ritroviamo di nuovo il profondo significato della
parola ”Amore” come filo conduttore e espressione di vita.
L’artista ucraina Zinaida attraverso il video “ without
women” ci riporta a profonde riflessioni sulla nostra
vita contorta complicata, dove tutti gli equilibri sono
rovesciati.
Girato nei Carpazi, immortalando abitudini dei pastori
durante i lunghi periodi delle transumanze,
documenta l’identità della “vita” le abitudini degli
uomini la quotidianità che scandisce ritmi e verità
sacrosante.
Anch’esso strumento potente che costringe a
profonde riflessioni e ci riconduce al significato della parola “Amore’’ che fa
da filo conduttore…
Il percorso che segna i lavori degli artisti è un atto
di denuncia di un presente insostenibile ma anche
speranza per un futuro di benevolenza e si sublima nel profondo
significato della parola “Amore”
L’arte è ciò che resiste, anche se non è la sola cosa che resiste*
Un misterioso e stretto rapporto lega l’opera d’arte all’atto di resistenza, afferma Deleuze, che, interrogandosi su che cosa sia l’atto di creazione precisa che «L’opera d’arte non è uno strumento di comunicazione. L’opera d’arte non ha niente a che fare con la comunicazione. L’opera d’arte non contiene letteralmente la minima informazione. C’è invece un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza. Questo sì. Essa ha qualcosa a che fare con l’informazione e la comunicazione in quanto atto di resistenza»[1].
Riprendendo la riflessione del filosofo francese e riferendosi all’operazione di recupero e rifunzionalizzazione della Torre dell’Acqua di Dolianova, fondativo progetto culturale che apre a nuove soluzioni di senso estetico e programmatico, sembrerebbe possibile allargare le strette maglie di un pensiero critico che procede per categorie e classificazioni interpretative ed estendere l’atto di resistenza deleuziano a visioni culturali che travalicano l’opera e aprono a commistioni con la vita. D’altra parte, ricorda il filosofo: «L’atto di resistenza ha due facce. È umano ed è anche l’atto dell’arte. Solo l’atto di resistenza resiste alla morte, sotto forma di opera d’arte o sotto forma di una lotta di uomini»[2].
In tal senso è possibile osservare che l’individuazione di quel moderno ‘campanile’ in cemento armato, faro visivo che svetta tra le colline della Parteolla e che si presta a essere catalizzatore di molteplici portati simbolici – riconducibili principalmente all’elemento dell’acqua, ma anche alla sua stessa funzione di presidio architettonico che unifica la comunità e le due antiche anime del paese (Sicci San Biagio e Dolia San Pantaleo) –, produce un moltiplicarsi di significati, concatenazioni, associazioni, rimandi che si amplificano e si potenziano, trasformandosi. Questo mutare o, meglio, trasmutare, nell’arte come nella vita, significa porsi sulla soglia sottile e invisibile degli «indistinti confini» che separano «continuità» e «contiguità», «mobilità» e «indistinzione», come scriveva Italo Calvino nel 1979[3], introducendo alla lettura delle Metamorfosi di Ovidio. Nell’intreccio indistinguibile tra arte e vita, il divenire, lo scorrere, la trasformazione, la metamorfosi, dunque, vengono recepiti come manifestazione del fluire dell’esistenza di cui è possibile fare esperienza e da cui procedere per ogni possibile ragionamento. Le parole e i pensieri, le forme e i significati confluiscono continuamente gli uni negli altri. Se tutto può trasformarsi in nuove forme, anche dallo spaginamento e dalla segmentazione delle parole possono derivare strutture lessicali che aprono a imprevedibili possibilità di senso. Dal morfema «amor», contenuto nel titolo Metamorphosis individuato per la precedente edizione della mostra On Paper, deriva Lyubov, scelto per la collettiva On Paper 9 che inaugura le attività permanenti della Torre dell’Acqua di Dolianova.
Lyubov (Amore) è la malta con cui si intende trasformare (ancora una volta!) la Torre in un ‘ponte’, in una via di congiunzione e di dialogo da attraversare coniugando le precedenti istanze creative e nuove sollecitazioni di senso. La trasformazione, il cambiamento, la metamorfosi, appunto, prevedono innanzitutto che la ‘talea’ (Amor) si risemantizzi, attraverso una prima azione di traduzione linguistica (Lyubov), segno di porosità e di disponibilità a lasciarsi contaminare dall’altro. È il primo atto di cura, di amore, da subito dichiarato e di cui è possibile percepirne il valore simbolico senza mediazione alcuna. Ma ciò che prima era Amor e che oggi diventa Lyubov è, soprattutto, la capacità trasformativa dell’arte, il suo incisivo agire nella vita, svelando inconsuete letture, inimmaginabili visioni, sorprendenti aneliti. Un filo rosso lega il vissuto delle opere di Gabriella Locci, Pavlo Makov e Rosanna Rossi, i tre artisti in mostra che si ritrovano e si riconoscono nella tensione etica del fare e nell’attitudine a rendere la ricerca artistica un’occasione per esprimere, attraverso linguaggi plurali e distinti, una possibilità concreta, ostinata e ottimistica indirizzata al cambiamento. Lyubov come leva, come fine e come strumento, come motore che produce cambiamento rispetto a una realtà complessa, insidiosa, molto spesso incomprensibile perché non razionalizzabile. Occorre osservare, dunque, la juta e le carte, le lettere e i colori, le matrici e le grandi dimensioni, le tecniche e le intenzioni; riflettere sulle testimonianze del passato (Daniela Sedda) e di un tempo a noi presente (Francesco Casu); soffermarsi sulla presenza di artiste e di opere che avevano già condiviso lo stesso spazio espositivo (Gabriella Locci e Rossana Rossi, 1992 Firenze Solingen Sarajevo, Galleria Comunale d’Arte, Cagliari 1993); sapere (o forse no?) dell’inaspettato ritrovamento di lavori lungamente custoditi – 30 anni! – nelle casse (Locci) o di altri trattenuti per necessità a migliaia di chilometri da chi li aveva realizzati (Makov).
Bisogna, quindi, una volta di più, ritornare a ragionare sulla «resistenza» come elemento di specificità dell’arte e sul suo potenziale incompiuto, elemento costantemente proiettivo verso ogni possibile futuro, orizzonte potenziale di una metamorfica vocazione d’eternità.
Olga Scotto di Vettimo
*G. Deleuze (1987), Che cos’è l’atto di creazione?, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2003, pp. 22.
[1] Ibidem.
[2] Ivi, p. 23.
[3] I. Calvino, Gli indistinti confini, in Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, Torino 1979,
